Descrizione
Mercoledì 19 novembre 2025, presso il Salone d'Onore del Comune di Cuneo, si è tenuto un convegno che ha visto come ospite Adriano Favole, antropologo culturale, docente all’Università di Torino e Visiting Professor all’Università della Nuova Caledonia. L’incontro, parte del ciclo “Bussola della competitività” dedicato all’analisi dei temi del rapporto Draghi, si è aperto con l’esigenza condivisa di “fare chiarezza in un mondo confuso”. L’Europa contemporanea, ha premesso Favole, vive una fase difficilmente interpretabile persino dall’interno delle sue istituzioni: predatori globali e attori geopolitici tradizionalmente alleati sembrano esercitare pressioni nuove sul continente, mentre al suo interno crescono incertezze e contraddizioni. Dal 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha accolto oltre due milioni di profughi e ha investito risorse enormi nel sostegno a Kyiv, superando di gran lunga gli aiuti statunitensi. Tuttavia, questo quadro di impegno e solidarietà convive con una crescente difficoltà a comprendere le dinamiche profonde che attraversano l’Europa e i suoi stessi Stati membri.
Per provare a orientarsi, Favole propone il punto di vista dell’antropologia, disciplina che ragiona su tempi lunghi e “campi larghi”, capaci di collocare gli eventi in prospettive più ampie di quelle offerte dalla cronaca e dalla politica quotidiana. Guardare l’Europa da un luogo lontano come l’Oceania, suggerisce, permette di cogliere dinamiche che da vicino sfuggono. Da qui le tre parole chiave che guidano la sua analisi: confini, movimenti, popoli – tutte al plurale, perché l’identità europea è fatta di pluralità e intrecci, e non di entità compatte e chiuse.
Il ragionamento parte da una domanda fondamentale: che cos’è un popolo? Che cosa ci tiene insieme? È la stessa domanda che si poneva Émile Durkheim a fine Ottocento riflettendo sulla “solidarietà sociale”. Favole ricorda come gli antropologi americani delle origini, a partire dal tedesco Franz Boas – maestro di Margaret Mead e autore del celebre La mente dell’uomo primitivo – avessero già smontato le idee suprematiste e naturalizzanti sull’identità, sul genere e sulla superiorità culturale. Mead mostrò che maschile e femminile non sono dati naturali universali, ma costruzioni culturali variabili: una scoperta rivoluzionaria, che ancora oggi suscita reazioni negative in chi difende una visione rigida dei ruoli.
Il problema, osserva Favole, è che continuiamo a pensare ai popoli come “palle da biliardo”, per usare la metafora dell’antropologo Eric Wolf: entità separate che solo in epoca recente, a causa di globalizzazione e colonialismo, sarebbero venute in contatto. Una metafora fuorviante, perché la storia umana è sempre stata fatta di connessioni.
Favole ribalta così l’idea secondo cui l’umanità sarebbe stata originariamente divisa in gruppi chiusi poi messi in relazione: è vero il contrario. Le società sono state a lungo meticce e interconnesse; solo in certi momenti storici, per ragioni politiche, si sono creati confini rigidi e contrapposizioni tra “noi” e “gli altri”. Non sorprende quindi che i conflitti più drammatici di oggi – Russia e Ucraina, Israele e Palestina, India e Pakistan – avvengano tra società culturalmente vicine.
L’Europa stessa, osservata con uno sguardo più ampio, è molto più complessa di quanto suggerisca la carta geografica. Oltre ai territori continentali, esistono oltre sette milioni di cittadini europei che vivono nei territori d’Oltremare: dalla Guyana francese alla Polinesia, dalla Groenlandia alle Antille olandesi. La Francia, per esempio, ha il suo confine terrestre più lungo non con la Germania, ma con il Brasile. L’Europa è letteralmente un arcipelago politico, giuridico e culturale, e il laboratorio “Arcipelago Europa” creato dallo stesso Favole nasce proprio per studiare questa realtà disseminata.
Gli arcipelaghi non sono solo geografici, ma anche umani: se rappresentassimo i movimenti dei cittadini europei nel mondo, otterremmo una mappa fatta di macchie, flussi, punti sparsi e non un blocco compatto. Il fenomeno degli expat, spesso raccontato come un cosmopolitismo elitario, rivela in realtà il doppio standard linguistico con cui distinguiamo chi si muove “per lavoro” da chi si muove “per bisogno”. Le parole – osserva Favole – costruiscono immaginari: “Torino sempre più internazionale” suscita entusiasmo, mentre “Torino sempre più migrante” provocherebbe diffidenza, pur descrivendo la stessa realtà.
Per mostrare che la mobilità non è affatto una novità, Favole ricorre a numerosi esempi storici e antropologici. L’Oceania pre-europea non era una costellazione di isole isolate, ma un sistema di continui spostamenti, scambi e fondazioni di nuovi insediamenti. In Nuova Caledonia, ad esempio, prima del colonialismo francese non esisteva un unico “popolo kanak”: esistevano invece reti di gruppi interconnessi, oltre trenta lingue e una concezione dell’alterità molto diversa dalla nostra. Non esisteva nemmeno una parola per “straniero”; esisteva piuttosto l’immagine di “colui che viene dall’orizzonte”. Le gerarchie politiche stesse erano aperte: i capi venivano spesso da altrove, perché si riconosceva al potere una funzione “esterna” e mediatrice.
Anche società lontane come quelle aborigene australiane erano legate da un’unica tessitura culturale, fatta di miti condivisi e di sistemi totemici che permettevano alle persone di attraversare un continente intero grazie a catene di ospitalità diffuse. L’Europa preistorica, ricorda Favole citando studi recenti, non era diversa: conchiglie dei mari del Nord trovate nelle grotte liguri, cammini lunghissimi, scambi continui mostrano un’umanità mobile e relazionale.
Da tutto ciò emerge che concepire i popoli come blocchi separati non è l’unica opzione possibile – anzi, è spesso fonte di conflitti e incomprensioni. L’identità umana è multipla, fluida, mobile, ma gli Stati e soprattutto le narrazioni nazionali tendono ancora a ignorarlo. La distinzione tra Stato e nazione, ricorda Favole, è fondamentale: lo Stato è un contenitore giuridico che può accogliere diversità multiple; la nazione è invece una costruzione simbolica che, quando si irrigidisce, produce chiusura e contrapposizione.
In questo senso, pensare l’Europa come un arcipelago – di territori, di popoli, di movimenti – permette di coglierne la natura più profonda. Erasmus, la libera circolazione, le reti di scambio non sono anomalie contemporanee, ma forme moderne di una condizione che accompagna da sempre l’umanità. Le razze non esistono non perché sarebbe moralmente auspicabile che fosse così, ma perché la biologia lo mostra: come i tonni che incrociano in tutti i mari, anche gli esseri umani si spostano e si mescolano da millenni, senza mai creare confini genetici netti. È la grande lezione di Boas, di Mead e di tutte le scienze che hanno smontato l’illusione della purezza e della separazione.
Favole conclude ricordando che la vera sfida del presente è resistere alle forze che ci vogliono “chiudere nelle isole”: riscoprire l’Europa come arcipelago significa accettare una storia fatta di connessioni, mescolanze e movimenti, e immaginare il futuro non come uno scontro tra popoli, ma come una rete di relazioni che si rinnova continuamente. In un’epoca segnata da tensioni globali e da profonde crisi identitarie, è forse questo lo sguardo lungo di cui abbiamo più bisogno.